Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Palermo, 12 gennaio 1810 – Caserta, 22 maggio 1859) fu re del Regno delle Due Sicilie dall'8 novembre 1830 al 22 maggio 1859.

Succedette al padre Francesco I in giovanissima età, e fu autore di un radicale processo di risanamento delle finanze del Regno. Sotto il suo dominio, il Regno delle Due Sicilie conobbe una serie di riforme burocratiche e innovazioni in campo tecnologico, come la costruzione della Ferrovia Napoli-Portici, la prima in Italia, e di impianti industriali avanzati, quali le Officine di Pietrarsa. Diede inoltre un grande impulso alla creazione di una Marina Militare e mercantile, attraverso le quali aumentò il livello degli scambi con l'estero.

A causa però del suo temperamento conservatore e del perdurante contrasto con la borghesia liberale, che culminò nei moti rivoluzionari del 1848, il suo regno, dopo un breve esperimento costituzionale, fu segnato fino al termine della sua carica da una progressiva stretta in senso assolutista, che lo portò ad accentrare fortemente su di sé il peso dello Stato, oltre ad attuare una politica economica parsimoniosa e paternalista che lasciò il reame, negli ultimi anni, in una fase statica. Alla sua morte, il Regno delle Due Sicilie passò al figlio Francesco II, che lo avrebbe perso in seguito alla Spedizione dei Mille e l'intervento piemontese.

Probabilmente fu, nel bene e nel male, tra le più incisive personalità che il Sud abbia mai prodotto in assoluta autonomia. Si dedicò con abnegazione e con assoluta onestà morale ed intellettuale allo sviluppo del Regno Meridionale. Il suo fu un totalitarismo antesignano e per molti versi originale, in quanto non di matrice militaristica come quelli che sarebbero sorti nel Novecento. Il Regno, la capitale, i sudditi, la religione e la stessa monarchia, si fondevano, nella concezione ferdinandea, in un unico totale, teso all'autosufficienza e al miglioramento delle condizioni di vita, pur nel sostanziale mantenimento della vecchio assetto della società civile. La sua opera rappresentò il tentativo, unico nella storia del Sud moderno, di dare un carattere unitario al Regno, della cui autonomia e indipendenza restò fino alla fine un tenace e geloso difensore.

Nacque in Sicilia, dove la famiglia si era trasferita a seguito della seconda invasione francese del 1806. Arrivò a Napoli nel 1815, all'età di 5 anni, dopo la definitiva sconfitta di Napoleone.

Salì al trono appena ventenne l’8 novembre 1830. Iniziò il suo regno con un'austera riforma finanziaria ed amministrativa [cfr. Atto Sovrano 11 gennaio 1831]. Sostituì i ministri, diminuì notevolmente le spese di Corte, concesse una larga amnistia ai detenuti politici e agli esuli, richiamò in servizio gli ufficiali murattiani sospesi dai moti del 1820. La politica adottata dal sovrano diede al commercio la possibilità di espandersi e favori l'iniziativa artigianale. Anche il numero dei piccoli proprietari terrieri aumentò e tutta l'economia del paese si risollevò.

 

La corona d'Italia

Correva l'anno 1831, che segnò la fine definitiva dei moti carbonari. L’entusiasmo provocato dall’attivismo del giovane re accese le speranze del movimento liberale italiano, tanto che gli fu offerta la corona d'Italia: «in un congresso del partito liberale riunito a Bologna, si offrì, per mezzo del giovane esule calabrese Nicola del Preite, a Ferdinando di Napoli, la corona d'Italia, ch'egli non accettava, per non sapere che cosa fare del Papa, e tenne sempre fede al segreto al De Preite, volle che nel regno ritornasse, e spesso il rivedeva con speciale benevolenza. Certamente fino al 1833 nessun principe italiano aveva dato ragione ai liberali come Ferdinando II; se egli avesse voluto, la storia d'Italia mutava, ma egli non sentì il palpito dell'italianità, volle rimanere re assoluto, indipendente da tutti, anche dall'Austria».

Ma Ferdinando non era liberale, né tantomeno incline all’espansionismo ed alla turbativa. Era anzi profondamente convinto di essere re per grazia di Dio, e intendeva rispettare i diritti degli altri principi italiani e del Papa: perciò declinò l'invito.

 

La famiglia

Sposò a Genova il 21 novembre 1832 Maria Cristina di Savoia, quarta figlia del Re Vittorio Emanuele I, dalla quale avrà l'erede Francesco. Il matrimonio era stato più volte rinviato perchè, come molti altri della sua famiglia, Ferdinando era affetto da una forma di epilessia, e la regina madre di Sardegna, essendone venuta a conoscenza, aveva avuto delle titubanze.

Rimasto vedovo sposò in seconde nozze a Trento il 9 novembre 1837 Maria Teresa d’Austria.

 

Maria Cristina di Savoia

La famiglia Borbone non fu certo tutta all'altezza di Ferdinando, o quanto meno a lui fedele: la prima defezione venne dal fratello Carlo, principe di Capua e Comandante della Real Marina. Questi aveva per amante Penelope Smith, nipote del primo ministro inglese lord Palmerston, e nel giugno 1833 partecipò alla congiura dell’Angelotti che si prefiggeva di uccidere il Re e di sostituirlo con lo stesso Carlo. Il complotto fu sventato e Ferdinando, come unico provvedimento, lo esonerò dalla carica. Anche altri due fratelli del Re, Leopoldo Conte di Siracusa, e Luigi Conte d’Aquila tradiranno il Regno dopo la morte di Ferdinando.

Particolarmente grave fu la defezione di Luigi, che tra il 1859 ed il 1860 riuscì a trascinare nella sua setta quasi tutti i comandanti delle navi da guerra, il cui comportamento rese possibile l'invasione piemontese e la conseguente spoliazione economica del Meridione seguita alla conquista militare del 1860-61.

 

La frattura con l'Inghilterra

In politica estera, cercò di sottrarre lo Stato alle mire delle potenze imperialiste (l'Inghilterra coloniale e Francia "post-1848" di Napoleone III) che cercavano - a turno - di conquistare con ogni mezzo il controllo economico di tutto il Mediterraneo. Utilizzò a tal fine gli strumenti del protezionismo e dell’autarchia.

Nel settembre del 1838 il re si imbarcò per la Sicilia insieme alla regina, dove dispose la costruzione di orfanotrofi, asili ed ospedali, di un Monte di Pietà, di borse di valori, e di un porto franco a Messina. Cercò inoltre di favorire il commercio e l'industria locale agevolando la più valida ed esclusiva risorsa mineraria della Sicilia, quella dello zolfo (all'epoca indispensabile per la produzione degli esplosivi). Fu stipulata una convenzione con ditte francesi più vantaggiosa di quella precedentemente in vigore con gli inglesi. Le relazioni con l'Inghilterra ne risultarono compromesse e Ferdinando, di fronte alla minaccia, si preparò alla guerra inviando in Sicilia ben 12.000 soldati mentre denunciava alle corti europee la condotta della Gran Bretagna. Poiché l'Austria non si dava da fare per un compromesso, il re si rivolse alla Francia. Luigi Filippo adoperò la sua diplomazia a vantaggio di re Ferdinando che nel frattempo aveva energicamente deciso l'embargo a tutte le navi britanniche. Questo provvedimento fu poi revocato, e la crisi rientrò, ma il Regno dovette versare degli indennizzi alle ditte francesi.
La vertenza per lo zolfo influì molto sulle relazioni tra regno delle Due Sicilie ed Inghilterra, attenta a conservare il monopolio dello strategico minerale siciliano. I britannici avviarono una politica destabilizzante nei confronti del Regno delle Due Sicilie, che culminerà con l'appoggio alla spedizione dei Mille nel 1860 ed alla annessione del Regno al fidato Piemonte. Nel 1849 venne inviato a Napoli William Gladstone, deputato e già ministro delle Colonie del governo Peel, ufficialmente per seguire il processo contro gli adepti alla società segreta ”Unità d’Italia“, la cui attività culminò in atti terroristici come quello del settembre 1849, quando un ordigno esplose davanti al palazzo reale di Napoli. Tornato a Londra nel 1851, d’intesa col primo ministro Palmerston, Gladstone fece diffondere la lettera da lui inviate al ministro degli esteri, lord Aberdeen, nelle quali si etichettava il regno del Sud come la “negazione di Dio”. Il Gladstone riferiva di una visita, in realtà mai avvenuta, alle carceri napoletane. L’Inghilterra gridò così al mondo intero il proprio sdegno per le asserite disumane condizioni in cui erano tenuti i detenuti politici e queste notizie trovarono ampie casse di risonanza sui giornali di Torino e nella stessa Napoli negli esterofili ambienti degli oppositori. A"giochi fatti", cioè dopo l'annessione piemontese, sarà lo stesso deputato inglese ad ammettere candidamente la menzogna: confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston, che egli non aveva mai visitato alcun carcere.

Per inciso, il sistema giudiziario meridionale è stato riconosciuto da tutti gli studiosi come il più avanzato d’Italia preunitaria. Ferdinando II aveva inoltre abolito, il 25 febbraio 1836, la pena dei lavori forzati perpetui che invece decenni più tardi fu comminata, in gran copia, dal governo “unitario“ piemontese ai cosiddetti “briganti“ meridionali.

 

La politica interna

Ferdinando II si dedicò, a differenza dei suoi avi, direttamente al governo del Regno, tanto da offuscare i suoi stessi ministri.  All’interno cercò di privilegiare i ceti popolari, in antitesi con gli interessi dei proprietari terrieri, eredi del feudalesimo, e con le velleità di una borghesia (i disprezzati «paglietti» e «pennaruli») economicamente rapace quanto politicamente immatura e velleitaria. Il Re teneva ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo. In tutte le istruzioni emanate agli intendenti delle Province, ai commissari demaniali, agli agenti del fisco, si avverte l’intenzione della monarchia di basarsi sull'amore della classi popolari. Il Re raccomandava ai suoi funzionari di ascoltare chiunque del popolo. Li ammoniva di non fidarsi delle persone più potenti: li incitava a soddisfare con ogni amore i bisogni delle popolazioni. Fra il 1848 ed il 1860, gli anni più difficili a causa del crescente isolamento internazionale, cercò di economizzare su tutto, pur di non mettere nuove imposte: si evitarono principalmente le imposte sui consumi popolari. Il Re diede il buon esempio, riducendo il suo appannaggio, fatto questo non comune nella storia dei principi europei, in regime assoluto o in regime costituzionale.

Nel 1837 scoppiò l'epidemia colera che era stata prevista e contro cui ci si era premuniti: l'epidemia ebbe inizio ad Ancona ed il re dispose subito che venissero sospesi tutti i traffici con lo Stato Pontificio, e fissò delle pene molto severe per tutti coloro che avessero trasgredito alle disposizioni sanitarie e di igiene che erano state già emanate. Con l'energia che lo distingueva, Ferdinando ebbe cura sia del popolo che dell'esercito, e, quando in ottobre il colera invase Napoli e i comuni vicini, incurante di ogni pericolo, fu in prima linea nei rioni più popolari della città, interessandosi personalmente di tutto: con il suo inesauribile dinamismo dai rioni popolari passava agli ambulatori, poi ai lazzaretti e infine nelle caserme, dove consumava il rancio tra i suoi soldati. Diede poi disposizioni affinché venissero distribuiti gratuitamente il maggior numero di medicinali atti a frenare la malattia, cosa che certamente non doveva essere facile a quei tempi. Con l'inverno il male terminò, dopo aver provocato circa 6.200 vittime. Napoli ebbe poi a subire una seconda epidemia di colera. Questa volta il colera invase tutto il regno raggiungendo anche Palermo e diverse città della Sicilia. Le vittime di questo secondo colera furono a Napoli circa 14.000, ma in Sicilia ve ne furono oltre 65.000.

Nel 1839 inaugurò la Napoli - Portici, primo tronco ferroviario costruito in Italia, cui seguirono numerose altre opere. Il 29 gennaio 1848 concesse la Costituzione e nel marzo seguente per volontà dei liberali al governo, interrompendo un lungo periodo di pace, fu inviato un contingente di truppe al comando di Guglielmo Pepe a combattere contro l'Austria a fianco dei Sardi.

La rivoluzione in Sicilia e gli avvenimenti napoletani del 15 maggio, con cruenti scontri tra le truppe e i liberali, indussero Ferdinando a sciogliere la camera e richiamare l'esercito dal nord. Nel maggio 1849 la sommossa della Sicilia fu domata con le armi. La costituzione non venne abrogata ufficialmente: fu semplicemente messa in disparte. Questi avvenimenti pesarono non poco sul carattere e sull’entusiasmo del Re, che però continuò a perseguire il suo personale disegno di sviluppo della Regno: i popolani continuarono ad essere al centro della sua attenzione.

Perseguendo la politica dirigistica, realizzò industrie, strutture, strade, porti, sviluppò commerci e istituti sociali. Morì prematuramente a nemmeno 50 anni, mentre le nubi cominciavano ad ammassarsi sull'Antico Regno. I suoi resti riposano a Napoli in Santa Chiara.

 

Il Re “bomba”

Già precedentemente osannato dai liberali con gli appellativi di “novello Tito” o “pacifico Giove”, divenne “Re Bomba” perché consentì il bombardamento di Messina del 5 settembre 1848.

La città, come l’intera isola, era insorta con l'appoggio discreto dell'Inghilterra, interessata da una parte a "mettere le mani" sulla Sicilia, isola strategica per il controllo del Mediterraneo, dall'altra parte desiderosa di ostacolare la politica di Ferdinando II, a cui non aveva mai perdonato lo “sgarro” tentato con la questione degli zolfi siciliani.

Ma torniamo al bombardamento: la squadra navale napoletana era costituita da tre fregate a vela, 6 fregate a vapore, 5 piroscafi armati, 20 cannoniere, 24 scorridoie ed altri legni sottili. Il 1° settembre 1848 ancorò al largo di Catona, presso Reggio e nella notte si avvicinò alla costa dell’isola per impadronirsi di una batteria degli insorti, detta delle “Moselle”, situata a fior d’acqua nei pressi del villaggio di Contessa, fuori Messina, forte di 12 cannoni. La flotta iniziò il bombardamento alla mattina del 2 settembre e poco dopo dal bastione Blasco della Cittadella di Messina, nelle mani dell’esercito regolare, effettuarono una sortita 4 compagnie di pionieri che, coperti dal fuoco navale, incendiarono gli affusti dei cannoni. Nel pomeriggio del 4 settembre si imbarcarono a Reggio, 250 ufficiali e 6400 uomini di truppa. Lo sbarco delle truppe regie in terra siciliana iniziò alla mattina del 5 settembre a 3 miglia da Messina, protetto dal fuoco delle pirofregate e delle cannoniere. I primi a scendere a terra furono gli uomini del reggimento Real Marina, al comando del colonnello Giustino Dusmet. Dopo 3 giorni di aspri combattimenti, l’8 settembre le truppe regie entrarono in Messina, nel cui porto furono catturate 16 cannoniere. Si trattò di un combattimento tra due eserciti, eppure Ferdinando II è ricordato come il re “bomba”. Vittorio Emanuele II, che fece bombardare le case di Genova nel 1849, Gaeta, Capua ed Ancona (dopo la resa) nel 1860, Palermo nel 1866, fu “galantuomo” e "padre della patria"!

 

I primati del Regno delle Due Sicilie

Il giudizio complessivo sulla figura di Ferdinando II non può prescindere dall’analisi dei suoi errori di valutazione e delle occasioni che non seppe cogliere. Se infatti da un lato il suo regno presentò molti risvolti positivi e di assoluta innovazione dall'altro lato è bene ricordare che i tanti primati del Regno (la prima ferrovia, il primo ponte sospeso in ferro ecc) non trovarono uno sviluppo programmato e continuità di investimenti. La grande macchina industriale riguardava quasi esclusivamente il napoletano, e le disparità con le Province restarono intatte. All'atto dell'annessione al Piemonte, questo aveva una rete ferroviaria di circa 900 km, contro i 124 km (tutti in Campania) del Sud che pure aveva visto la realizzazione della prima linea d'Italia.

 

Al di qua e al di là del Faro

Ferdinando II non risolse la criticità collegata alla Sicilia, che aveva ripetutamente dimostrato di non voler essere sottoposta a Napoli. Il regno era infatti di "Sicilia" ed era stato fondato da Ruggero II nel 1139, che aveva scelto Palermo come capitale. Dopo la conquista angioina e la rivolta del Vespro del 1282,  sia Napoli che Palermo avevano rivendicato, anche attraverso una guerra secolare, il predominio su tutto il regno, che in realtà restò sempre diviso in due parti indipendenti fino all'unificazione attuata con decreto nel 1816 da Ferdinando I.

L'atto era avvenuto sotto gli auspici dell'Austria e del Congresso di Vienna, ma aveva risvegliato l'antico spirito del Vespro, anche perchè la Sicilia nel 1812 era riuscita a ottenere da Ferdinando I la costituzione. Con la proclamazione del Regno delle due Sicilie, le potenze europee, in primis l'Inghilterra, iniziarono a fomentare lo scontento dei Siciliani, e appoggiarono le rivolte del 1820, del 1848 e l'ultima, fatale per il regno, del 1860. Il risultato dell'antagonismo siculo-parteneopeo fu ben sintetizzato da Francesco II nel proclama dell'8 dicembre 1860: "Sparisce sotto i colpi dei vostri dominatori l'antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le due Sicilie sono state dichiarate province d'un Regno lontano. Napoli e Palermo son governati da prefetti venuti da Torino". Eppure, almeno nel primo decennio del regno di Ferdinando, la Sicilia non rivendicava l'indipendenza, né tantomeno l'unità politica con l'Italia, ma rifiutava l'umiliante sottomissione a Napoli, aspirando ad un assetto statale di tipo federativo.

Un altro punto dolente della politica ferdinandea fu la gestione del rapporto con il ceto borghese. Il re cercò di corrispondere anche alle attese di questo ceto, verso il quale per la verità non nutriva grande stima, ed ad aprirsi a quelle libertà che altri stati incominciavano a riconoscere, ma la frattura verificatasi tra corona e liberali a seguito della rivolta di Napoli del 1848 non fu mai sanata: da un lato, Ferdinando si rinchiuse nell'assolutismo; dall'altro, molti intellettuali si votarono definitivamente alla causa di uno stato italiano unico. Il Regno delle Due Sicilie di allora, che era lo Stato più florido d'Italia, avrebbe tratto vantaggio dalla costituzione di una ipotetica Confederazione Italiana, ma Ferdinando, specie dopo gli accadimenti del 1848 e la controversa partecipazione alla guerra contro l'Austria, non fece nulla per promuoverla.

 

Il clericalismo

Il Regno di Ferdinando manifestò un eccesso di stato confessionale, che pesò sullo sviluppo e sulle possibilità di modernizzazione. Il Re soleva dire che il Regno era difeso per tre lati dall'acqua di mare e per il quarto dall'acqua santa.

Sotto la pressione determinata dalla grave rivolta siciliana, Ferdinando II concedesse la Costituzione che fu promulgata il 10 febbraio 1848. Essa conteneva caratteri comuni allo Statuto Albertino, di lì a poco concesso da Carlo Alberto in Piemonte, ma in talune parti rifletteva l’eccesso di clericalismo di cui si è accennato. Basta citare al riguardo che la religione cattolica, oltre ad essere quella di Stato, era l’unica ammessa, vietandosi la professione di culti diversi: l’anti-ebraismo praticato fin dai tempi di Federico II di Svevia , veniva eletto alla dignità di articolo costituzionale. Non c’è da stupirsi pertanto se gli Ebrei italiani si schiereranno in larga parte a favore del movimento unitario a guida sabauda, e dei finanziamenti a tale causa concessi dai potentati internazionali.

La Chiesa esercitava nel regno un potere enorme e incondizionato, e possedeva la gran parte dei terreni. La stessa educazione fatta impartire all'erede al trono, Francesco, si dimostrò troppo imperniata su di una religiosità di stampo bigotto. Francesco dimostrò infatti, nel corso della spedizione di Garibaldi, limiti caratteriali sicuramente esaltati dalla educazione ricevuta. Questo processo involutivo trova conferma nel decreto del 10 gennaio del 1843, con il quale Ferdinando II consegnava l’istruzione primaria alla esclusiva direzione dei Vescovi autorizzandoli "a destituire i maestri e le maestre delle scuole primarie, a sospenderli e a rimuoverli…". Il decreto stabiliva inoltre: "Art. 2 - Le scuole saranno di preferenza stabilite pe’ fanciulli ne’ Conventi e Monasteri, e per le fanciulle ne’ Ritiri e ne’ Conservatori di donne. Art. 3 - Saranno stabilite altresì scuole primarie, con il metodo di mutuo insegnamento, ne’ Capoluoghi di Provincia ed in tutti gli altri comuni che ne avranno i mezzi. Queste scuole saranno nello stesso modo affidate a’ Vescovi e da loro esclusivamente dirette per ciò che riguarda la disciplina, co’ metodi e libri elementari approvati dalla Pubblica Istruzione".

 

Un decreto contro l'uso di veleni in agricoltura

Ferdinando II cercò fino alla fine di essere il garante dei rapporti interclassisti, tra popolani e nobili, tentando di difendere i primi dall'atavica prepotenza dei secondi. Questa era stata nei secoli la principale preoccupazione dei re di Napoli e Sicilia. Per tale motivo l'ideale dell'istituto monarchico è tuttora riscontrabile nel Meridione. Ma nell'età ferdinandea, a partire da quel 1830 in cui venne incoronato re, emersero con sempre maggior vigore cambiamenti sociali e ideologici, tali da incidere profondamente sulla stessa concezione di stato, che si trasformava in "nazionale". La portata di questa evoluzione epocale non fu colta dal re, che forse la riteneva "passeggera". Per tale motivo le due Sicilie non divennero mai una "nazione", almeno nel senso che si da oggi alla parola. Prova ne è che i sudditi del regno non si diedero mai un nome per differenziarsi dagli altri italiani, e venivano genericamente indicati come "siciliani" o "napolitani".

 

La questione sociale

Ferdinando II morì senza poter avviare a soluzione la grave questione sociale del Mezzogiorno, tra cui lo squilibrio tra la Capitale e gli arretrati paesini delle Province, nonché quello connesso con la proprietà dei terreni. Se è vero, infatti, che gli Usi Civici consentivano ai contadini di sopravvivere, e anche vero che nessuno - né i baroni, né la Chiesa, che possedeva immensi appezzamenti - aveva stimoli ed interesse a migliorare e, come si direbbe oggi, a far sistema.

Ebbero così facile gioco, dopo l'invasione piemontese del 1860, i "galantuomini", cioè i nuovi proprietari borghesi, che si impossessarono delle terre demaniali e ecclesiastiche (solo quest’ultime ammontavano al 40% del territorio), espropriate dai nuovi dominatori con la legge del 1863: un enorme “lascito” che finì nelle mani dei Piemontesi. Le terre furono vendute con aste frettolose, per fare cassa, e così furono rastrellati risparmi e capitali meridionali, che vennero investiti dai vincitori dappertutto tranne che nel Sud stesso. Ne conseguì la creazione di latifondi privati scarsamente produttivi e il conseguente immiserimento dei contadini, tanto che dopo la sanguinosa resistenza ("brigantaggio": 1861-1866), i superstiti degli stati d'assedio, delle stragi, delle rappresaglie e le esecuzioni sommarie perpetrate dalle truppe d'occupazione, cominciarono a espatriare in massa.

La mancata soluzione del problema sociale, che si trascina fino ai nostri tempi, e che è proporzioni più vaste di quelle sommariamente descritte in questa pagina, comportò per il Sud un ruolo di sudditanza nei confronti del resto del Paese. Ma in effetti, il Sud finanziò per più di un secolo lo sviluppo della Penisola, senza riceverne corrispondenti benefici.